Gioco d’azzardo “Purtroppo hanno questo vizio”
- Francesco Conti
- 26 giu 2016
- Tempo di lettura: 2 min

Nella fretta di sistemare capita talvolta di “nascondere” gli oggetti più ingombranti in luoghi della casa poco visibili, come ripostigli, cantine, mansarde. La nostra società civile non fa eccezione: per non fare i conti con “ingombranti problemi”, li confina su uno sfondo indefinito, forse a tutti noto, ma decisamente insondabile e distante.
Il fenomeno del gioco d’azzardo nelle nostre città rischia di restare una “leggenda metropolitana”, sepolta dalle ammiccanti insegne dei centri scommesse, dalle vetrofanie colorate lungo le vetrine dei bar, dalle slot che arredano “democraticamente” i locali del centro e delle periferie. Ma i saggi sanno che le leggende hanno sempre un fondo di verità e, presto o tardi, ciò che ci nascondiamo torna dinanzi e stravolge le nostre precarie certezze. Specie nelle comunità locali, il giocatore d’azzardo non può essere solo un fantasma. Anche se ci dà le spalle, seduto di fronte ad una slot, sappiamo bene chi è e cosa sta facendo. Lo stesso vale per le mani che all’edicola pagano ed agitano l’ennesimo gratta e vinci, per gli sguardi addormentati sul monitor di un tabacchino che regala ancora un’estrazione. Quelle spalle, quelle mani, quegli sguardi appartengono a persone vicine di cui conosciamo le storie e delle quali possiamo forse intuire il disagio, se non addirittura il “vuoto”. A poco servirà girarci, guardare altrove, nasconderci dall’evidenza di un problema così tangibile. Il gioco d’azzardo, la sfida contro il fato, è una pratica antica e culturalmente consolidata. Si giocano i “sogni”, si traducono in numeri che i “cari defunti” finalmente rivelano per darci la vittoria, si punta su tutto per aggiungere “sapore” alle nostre competizioni, ai nostri conflitti. Perfino il racconto evangelico, durante la crocifissione, affida la spartizione delle vesti di Cristo al lancio dei dadi tra i soldati. Sottovoce, come fosse un segreto, ci raccontiamo ancora oggi di quanti “poveri cristi” hanno lasciato i loro beni sul tavolo da gioco. “Purtroppo hanno questo vizio”, si usa dire e proprio questo dire è diventato il nostro sguardo sulle persone: guidati dall’etichetta del vizio tralasciamo qualsiasi altra lettura dell’azzardo. Preferiamo forse affermare che ad “ammalarsi d’azzardo” siano solo i “viziosi” (dunque i colpevoli), omettendo la possibilità che sia il gioco stesso ad “ammalare”, come un virus che trova terreno fertile in organismi deboli e privi di difese immunitarie. La letteratura scientifica ci “bacchetta”, dimostrando chiaramente l’assurdità di ogni ipotesi legata alla dimensione del “vizio”. Se vogliamo “stanare” il pericolo, allora dobbiamo cercarlo nel gioco e non nel giocatore; dobbiamo riconoscere e criticare gli inganni dell’attuale offerta di gioco: i colori, i suoni, i messaggi, i valori che il “marketing dell’azzardo” veicola, condizionando e plasmando i nostri cervelli, anche quelli dei più giovani, così come si usa fare con le cavie. Se vogliamo attribuire colpe, dunque responsabilità, dobbiamo riconoscere il ruolo ambiguo di uno Stato che vieta il gioco d’azzardo nella Carta costituzionale ma lo promuove nei fatti, affermandone l’utilità per “far cassa” e per far quadrare i conti. Sarà forse conveniente provare a guadagnare sul gioco d’azzardo, ma non è etico. E’ irresponsabile lasciare intenzionalmente che le persone si “ammalino di gioco”, è criminale sfilare loro il portafoglio, è perverso accusarle di non aver fatto attenzione ai rischi dell’azzardo.





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