Una ghost story siciliana con lieto fine
- Tinuccia Russo
- 27 gen 2018
- Tempo di lettura: 2 min
“Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande. Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più” (Ger. 31,15). Ultimamente il grido di Rachele è tornato a visitarmi; mi trovavo, per dovere professionale, ad assistere alla proiezione di un film insieme ai miei alunni di una seconda classe del Liceo Classico. Sì, per dovere professionale, perché già da un po’ ho deciso di non vedere più film che narrano la mafia, probabilmente per salvaguardare me stessa dai picchi emotivi dovuti all’immediatezza delle immagini, più realisticamente perché credo che ad un adulto non sia necessario lo stimolo visivo per comprendere ed esecrare i fatti di sangue e la corruzione morale che hanno tinto spesso di rosso il cielo azzurro della nostra isola. Agli adolescenti, invece, sì, perché possano conoscere e combattere con consapevolezza la cultura della morte.

“Sicilian ghost story”, dei registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (Distribuzione Bim), si ispira al sequestro, ordinato dal capomafia e pluriomicida Brusca, di Giuseppe, un ragazzo di 12 anni, figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, che, dopo 779 giorni di prigionia, fu strangolato e disciolto nell’acido, nel gennaio del 1996. Il film è una ghost story e il fantasma in questione è Giuseppe, un fantasma che abita le nostre coscienze, che rinnova il dolore per l’atto atroce di cui è stato vittima e la rabbia contro quel mondo in cui quell’atto è stato commesso, dei quali non possiamo liberarci. Attraverso la trasposizione della vicenda in un mondo dove realtà e fantasia si intrecciano, con foreste (i boschi intorno a Castelbuono) popolate da orchi (i rapitori di Giuseppe), attraverso l’invenzione della favola d’amore (Luna, personaggio fittizio, è una compagna di scuola innamorata di Giuseppe, che immagina di ritrovarlo e liberarlo), lo spettatore è trasportato in un sogno e può facilmente partecipare alla liberazione del ragazzo, ovvero del fantasma racchiuso nella propria coscienza. Straordinarie la sceneggiatura e la fotografia (di forte impatto l’immagine di un materiale lattiginoso che si discioglie lentamente nell’acqua, per rappresentare la dissoluzione del corpo di Giuseppe); inquietante il personaggio della madre di Luna, che rappresenta tutti coloro che fingono di non vedere e di non sapere, pur soffrendo; strazianti le urla della madre del ragazzo che sa di non potere rivedere più suo figlio. Come Rachele, che “non vuole essere consolata, perché (i suoi figli) non sono più”.





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