Luce dona alle menti
- Gabriele Panarello
- 22 dic 2018
- Tempo di lettura: 2 min

Nelle scorse settimane, all’inizio del mese di Dicembre, è stato divulgato dal centro di studi e ricerca “Censis” il 52esimo rapporto sulla situazione sociale dell’Italia. In questo rapporto si legge chiaramente che nel 2018 la delusione per lo sfiorire della ripresa economica e per l’atteso cambiamento ha incattivito gli italiani e tale reazione, si legge testualmente, “talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria – dopo e oltre il rancore – diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”.
Ancora, rileva l’istituto di ricerca, è profondamente cambiato in peggio il nostro modo di guardare e di relazionarci con l’altro: “l’insopportazione degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili”, e mentre si manifesta “un cattivismo diffuso che erige muri invisibili, ma spessi”, le diversità degli altri sono percepite come “pericoli da cui difendersi”. Sono parole e rilevazioni forti che fotografano una situazione nazionale difficile e che fanno calare sul presente e ancor di più sull’avvenire una spettrale e tenebrosa ansietà per l’evoluzione a contrario che la società sta avendo in un modo che sembra inarrestabile. Mentre queste tenebre, questo buio ci avvolge, il Natale tenta di portare ancora una volta in mezzo a noi la sua luce e da cristiani maturi e consapevoli dell’ora presente, un’ora che sembra riportare le lancette della storia su un terribile e non tanto lontano passato che non va mai dimenticato, dobbiamo dirci con franchezza e verità che proprio a nulla servono le luci, l’albero e i regali e che ipocritamente sterile è il nostro tentativo di salvaguardare e difendere le tradizioni, il presepe, i canti e le nenie se il mistero dell’incarnazione di Dio, se quel bimbo adagiato su della paglia non ci apre il cuore e non abbatte gli steccati materiali o mentali che abbiamo creato, questo periodo di festa diventa solo dell’ anestetizzante se non ci parla di accoglienza, di rispetto reciproco, di fiducia verso gli altri. Nella festa di Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini nel pronunciare il suo tradizionale discorso alla città ha voluto scuotere i milanesi dicendo con insistenza che ciascuno è e deve sentirsi oggi ancora “autorizzato a pensare”; non si è risparmiato il vescovo nell’affermare che “nel dibattito pubblico, nel confronto tra le parti, nella campagna elettorale, il linguaggio tende a degenerare in espressioni aggressive, l’argomentazione si riduce a espressioni a effetto, le proposte si esprimono con slogan riduttivi piuttosto che con elaborazioni persuasive” che comportano per chi ascolta e recepisce i messaggi "un’eccessiva stimolazione dell’emotività dove si ingigantiscano paure, pregiudizi, ingenuità, reazioni passionali», ha esortato dunque con forza ad “affrontare le questioni complesse e improrogabili con quella ragionevolezza che cerca di leggere la realtà con un vigile senso critico” e a riscoprire “la cultura e il pensiero che danno buone ragioni alla fiducia, alla reciproca relazione, a quella sapienza che viene dall’alto”. Da Milano nella festa di Sant’Ambrogio questo messaggio giunga e trovi spazio dentro tutti noi che ci apprestiamo a celebrare in Natale del Signore e sia questo “tornare a pensare” l’augurio più fecondo da poterci scambiare cantando davvero con fede ardente “Astro del ciel, Pargol divin, mite Agnello Redendor… luce dona alle menti, pace infondi nei cuor”.





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