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Maranathà!

Natale alle porte… Festa dell’Amore di Dio che si incarna in un Bambino povero ed emarginato, festa di pace e speranza. I negozi e le strade illuminati e addobbati a festa confermano che il periodo dell’anno è quello giusto, ma lo spirito no: quello di quando eravamo bambini, di quando ci si riempiva il cuore con la visita degli zampognari a casa, di fronte al Bambinello; di quando si aspettava la festa dell’Immacolata per preparare Presepe e albero; di quando si scartavano i regali la mattina di Natale e veramente rimanevi sorpreso e mai deluso, perché un regalo non veniva tutti i giorni; di quando si godeva nello stare insieme a parenti ed amici in semplicità…

La ritualità non è cambiata, ma c’è veramente festa? Dov’ il festeggiato? C’è veramente quel Bambino al centro del Presepe o, piuttosto, noi stessi? Troppo impegnati in addobbi, preparativi e regali per fare posto alla riflessione: una fatica superflua che ci imponiamo per corrispondere ad un modello sociale, ma che non soddisfa le grandi domande di senso. Ci illudiamo di portare avanti scaramanticamente dei riti che rischiano di non avere alcun effetto sulla nostra vita. A peggiorare la situazione, le notizie di cronaca sconfortanti: il dolore innocente, il male dilagante, la prepotenza imperante, la corruzione, la stupidità dettata dal vuoto, da una ricerca che non trova risposte se non in gesti e scelte irrazionali. C’è senso nella volontà deliberata di seminare il panico in una discoteca? O perseguitare sulla rete il compagno più debole con insulti o minacce, tanto da indurlo al suicidio? O inneggiare all’orgoglio di razza (non dico patriottico perché offenderei chi ha speso la sua vita per la patria) per giustificare la violenza e la discriminazione? Non c’è senso nell’inseguire l’illusione di un mondo senza difficoltà, senza dolore, senza debolezza e dove tutto è dovuto, tutti hanno diritti, ma nessuno sembra dover rispondere a degli obblighi; dove ogni valore è relativo e transitorio, dove il denaro è la felicità. Perché dare ancora significato al Natale, ad una festa che ci dovrebbe mettere in crisi, imponendoci di ribaltare il nostro modo di vivere e pensare; di imboccare la strada impervia della rinuncia al vantaggio personale e alla comodità; di abbracciare la logica illogica dell’Amore? A cosa servono la statuetta di un Bimbo paffuto e roseo posato su una mangiatoia, un Presepe ben studiato nei particolari, l’abete illuminato, i cori, le luci, l’incenso, se rimaniamo indifferenti alle grida d’aiuto del fratello? Se non sappiamo riconoscere nell’emarginato e nello scandalo del dolore il segno della Sua presenza? A nulla. Gesù non sarà più nel Presepe, se non sconvolgerà la nostra vita, se non scardinerà le nostre certezze, se non sapremo leggere il mistero nella realtà che ci circonda. Ed allora, la solitudine sarà devastante.

 
 
 

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Tabor 7.0

Creato da Filippo Maniscalco

Gestito Antonino Cicero

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