Accumulo di ricchezza e la giustizia
- 31 mag
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L'ideologia dell'accumulo di beni e ricchezze, pensiero unico e dominante dei giorni nostri, è retta da poche semplici regole. La prima è quella che considera l'uomo solo un animale, per questo anche per lui vale la regola della selezione naturale: pesce grosso mangia pesce piccolo, il forte sottomette il debole. La seconda è quella di porre alla base di tutto l'assoluta libertà del singolo a scapito della collettività per poterne ricavare il massimo profitto possibile. La terza è quella di produrre ricchezza a qualsiasi costo, accumulare guadagni senza scrupoli utilizzando al massimo le risorse del pianeta. E a coloro che obiettano che così facendo gli uomini diventano cose, l'umano si trasforma in forza bruta, la terra diventa una discarica e i rapporti umani un mercato, i sostenitori del pensiero unico rispondono che è così che vanno le cose, che questa è la realtà, che «la vita deve essere presa senza moralismi, buonismi e false compassioni» (cit.).
E' indubbio che la nostra è una società globalizzata: libertà assoluta di movimento di merci e capitali (ma non di persone) in ogni parte del pianeta, un mondo unificato, universale, cattolico potremmo dire. Potremmo definirlo così se il principio che sta a fondamento della globalizzazione non fosse la legge del libero mercato e del massimo profitto, un'accettazione acritica e impressionante della legge della giungla. Non si intende demonizzare la globalizzazione, ma non è possibile, proprio in nome della fede in Gesù, non denunciare il modo ingiusto in cui essa viene vissuta. Papa Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, faceva una attenta analisi di tutto ciò affermando che «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza privilegiare né escludere nessuno». Addirittura S. Ambrogio, uno dei grandi Padri della Chiesa d'occidente, in un'opera intitolata "Storia di Naboth" commentava un episodio narrato nel Primo Libro dei Re, una storia straordinariamente attuale, dove vengono stigmatizzate le prevaricazioni del potere, la corruzione dei magistrati e il silenzio complice dell'opinione pubblica. Unica voce che si leva a condanna delle ingiustizie patite da un povero contadino (Naboth appunto) per mano del re di Israele Acab e della moglie Gezabele, è quella del profeta Elia il quale, a rischio della sua stessa vita, denuncia i soprusi dei due. Prendendo spunto da questo episodio, Ambrogio punta il dito contro l'idolatria della proprietà privata a scapito dell'uso universale dei beni. Ascoltiamolo: «Guai a voi ricchi, perché avete già la vostra consolazione». Lc 6,24). Nulla esiste nella vita dei ricchi che possa essere gradito a Dio. Anche se vanno a Messa ogni giorno, recitano molte preghiere e hanno appese al collo e nelle case le immagini della fede, a nulla serve loro. Si stringono ai loro beni gridando: E' mio ! ma non sanno che nulla appartiene a loro. Ogni granello di polvere dell'universo appartiene al Creatore e tutto quello che credono di possedere manifesta soltanto la loro insaziabile ingordigia che solo per poco è a loro disposizione. Datene ai disperati e ai depredati dalla vostra insolente avidità finché siete in tempo. Nessun lascito, nessun obolo offerto alla Chiesa è in grado di cancellare il vostro peccato. Disprezzate gli umili, sfruttate e opprimete i poveri e i miseri, ma i veri poveri siete voi che vi attaccate con tutta la vostra forza alle ricchezze come la lebbra al corpo. La proprietà privata è un furto ! Estendete la vostra brama di possesso all'infinito come se voi soltanto abitaste la terra. Dio ha creato il mondo per il bene di tutti, ma voi ricchi vi arrogate il diritto di possederlo voi soltanto; siete delinquenti che hanno come unico scopo la rovina del prossimo. Vi appropriate di ciò che è di tutti perché tutti lo usino in comune. Quando date ai poveri, restituite solo ciò che è loro, non fate un'opera di misericordia, ma di giustizia, non elargite del vostro, ma restituite il dovuto».
di Santino Coppolino







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