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Albert Schweitzer E i grandi pensatori dell’India

  • 31 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Albert Schweitzer è stato una “grande anima” del XX sec. Nato nel 1875 a Kaysersberg, nell’Alsazia meridionale, all’epoca in cui questa regione faceva parte dell’impero tedesco (ma ora in territorio francese), Albert Schweitzer apparteneva a una famiglia di pastori luterani. Sua cugina Anne-Marie Schweitzer sarà la madre di Jean-Paul Sartre. Ama la musica sin da bambino, appassionandosi allo studio dell’organo di cui diventerà un virtuoso concertista, esperto in particolare nel repertorio bachiano. Dopo gli studi classici, nell'ottobre del 1893 si trasferisce a Strasburgo per studiare teologia e filosofia. Laureatosi a ventiquattro anni con una tesi sul problema della religione in Kant, ottiene la nomina di vicario presso la chiesa di San Nicola di Strasburgo, tre anni dopo la cattedra di teologia e, quindi, l’incarico di preside della facoltà e direttore del seminario teologico. In questi anni pubblica libri sulla musica, in particolare su Bach, volumi di argomento teologico e approfondisce i suoi studi sulla vita e sulla spiritualità di Gesù Cristo, con la fondamentale Storia della ricerca sulla vita di Gesù (1906).

Laureatosi in medicina, centrale nella sua vita è la scelta di lasciarsi tutto alle spalle e trasferirsi nel 1913 con la moglie in Africa per fondare a Lambaréné, nel Gabon, un ospedale che diventerà un punto di riferimento per la popolazione di un’area molto vasta che qui riceverà, nel pieno rispetto delle proprie usanze e credenze, assistenza medica gratuita dallo “stregone bianco”, come Schweitzer fu soprannominato dagli indigeni. È in questi anni che il nostro, a stretto contatto con le sofferenze umane e la rigogliosa natura africana, elaborerà il concetto di «riverenza verso la vita», capace di rinnovare radicalmente l’etica, inglobando in essa la vita di ogni creatura vivente e di indirizzare la riflessione verso la pace: importanti saranno le sue prese di posizione contro la civiltà e certi modelli di vita odierni e contro la minaccia di una catastrofe nucleare ed ecologica, che gli assicurarono nel 1952 il Premio Nobel per la pace, col cui ricavato fece costruire un lebbrosario, il Village de la lumière, sempre a Lambaréné. Muore in Africa il 4 sett. 1965, dove è sepolto sulle rive del fiume che lambisce tale villaggio.

Dopo queste brevi notizie biografiche, vorrei soffermarmi altrettanto velocemente su un agile libretto che Schweitzer dedicò a I grandi pensatori dell'India, per una ragione che spiegherò subito. Questa opera rivela la solita capacità di Schweitzer di padroneggiare un argomento vasto e complesso ma al tempo stesso quella di saper interpretare secoli di pensiero filosofico orientale alla luce di un’efficace chiave di lettura, che nel caso specifico è uno dei concetti centrali della spiritualità cristiana “l’amore incondizionato fino al sacrificio di sé”: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12-13). In sostanza, Schweitzer mostra un sincero rispetto per la spiritualità indiana, induista, jainista e buddhista; riconosce la grande attenzione riservata dal jainismo verso ogni forma di vita; al contempo però trova un limite nel pensiero indiano, persino nel Buddismo Mahāyāna, dove il ricercatore spirituale (bodhisattva), invece di perseguire il nirvana, non cerca l'illuminazione solo per sé ma per liberare tutti gli esseri senzienti dal ciclo delle rinascite. Anche in questo caso, Schweitzer vede come il pensiero indiano sia lontano dal principio di amore disinteressato proposto dal cristianesimo e obbedisca a un bisogno “egoistico” di salvarsi attraverso gli altri.

Solo il cristianesimo invece incarna ai suoi occhi un modello di gratuità, di autentica dimenticanza nel dono di sé all’altro, rappresentando pertanto per Schweitzer un più alto ideale di spiritualità.



di Alessandro Cocuzza

 
 
 

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