Annunciatori del Risorto In un mondo che è già cambiato
- 26 apr
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Il tempo quaresimale che quest’anno ho avuto l’opportunità di vivere è stato caratterizzato, tra le altre cose, dalla mia partecipazione ad una settimana di animazione missionaria nella cittadina di Melegnano in provincia di Milano. Con tutta l’équipe - composta da sacerdoti Missionari del Preziosissimo Sangue, suore Adoratrici del Sangue di Cristo, altri due miei compagni di seminario e giovani laici - abbiamo vissuto giornate ricche e intense, trascorse tra celebrazioni, incontri di catechesi, momenti conviviali e di animazione, visita ai luoghi significativi del paese e molto altro a cui la gente del posto ha risposto con grande trasporto ed inaspettato entusiasmo.
Se però è vero che la partecipazione delle persone e, in modo particolare, dei giovani è stata significativa, è altrettanto vero che l’annuncio evangelico, cuore della settimana straordinaria di missione e della missione di ogni comunità cristiana e di ciascun battezzato, ha lasciato tanti altri indifferenti, disinteressati, lontani e, personalmente, un’apparente prova di questo l’ho avuta visitando, ogni mattina, le scuole superiori e medie della cittadina.
C’è stata data la possibilità di incontrare nelle classi, durante l’ora di religione, centinaia di studenti i quali, liberamente, potevano porre a noi, che andavamo a visitarli, domande o curiosità.
Sono stati momenti belli e di confronto arricchente in cui ho potuto fare esperienza del fatto che le giovani generazioni sono tutt’altro che disinteressate a questioni di natura spirituale, alle domande di senso sull’uomo, sulla vita, sul male, sulla morte, su Dio, sono tutt’altro che indifferenti dinnanzi a giovani loro coetanei, o di poco più grandi, che affermano di aver incontrato un Signore morto e risorto e che alla luce di questo incontro desiderano stare alla sua sequela da studenti, da lavoratori o da preti e suore, ma, allo stesso tempo, ho dovuto constatare, in più occasioni, un grande impedimento di comunicazione generato dalla difficoltà di riuscire a trasmettere nelle risposte un messaggio per loro comprensibile.
Detto in altri termini, mi è sembrato che, in più occasioni, a mancare non fossero le domande di senso e nemmeno le risposte profonde e dense di significato evangelico date con il cuore, a mancare è stato un comune registro linguistico capace di far comprendere fino in fondo l’esperienza bella della fede al punto da divenire attrattiva.
Allargando l’orizzonte e andando oltre la “mia” settimana di Grazia vissuta a Melegnano, ciò che probabilmente oggi dovrebbe starci più a cuore, a tutti noi che ci diciamo credenti e che siamo chiamati, in forza del Battesimo e del dono dello Spirito Santo ricevuto, a farci, in ogni luogo, annunciatori missionari e testimoni del Vangelo, non è tanto il contenuto del messaggio - Cristo stesso e l’esperienza che ciascuno, se pur fragile, può fare di Lui nella sua vita - quanto piuttosto le modalità con cui tentiamo di trasmetterlo e comunicarlo usando categorie, espressioni, vocaboli, gesti non vuoti di significato, ma capaci di essere compresi da un mondo e da una società ancora “in ricerca” ma sempre più “analfabeta” dei minimi fondamenti religiosi e cristiani.
In questo arduo e lungo lavoro di ripensamento che, scrutando i segni dei tempi, sembra sempre più farsi necessario ci sia da bussola, in questi giorni pasquali, l’esperienza degli Apostoli: la sera di Pentecoste, ricevuto il Paraclito, furono loro ad uscire per le strade di Gerusalemme per raccontare la loro esperienza e, in quel momento, tutti coloro che si trovavano in città, ciascuno nella propria lingua, riusciva a comprendere e ad accogliere lo stesso ed unico messaggio di Salvezza.
di Gabriele Panarello






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