Bisogno di mitezza
M’incuriosiva vedere al centro dell’ampio velo, che noi chierichetti deponevamo sulle spalle del parroco per la benedizione eucaristica serale, l’immagine ricamata di un agnello. Un giorno servendo Messa, si celebrava in latino ed avevamo appreso a rispondere anche noi con le formule di rito in latino, mi colpì l’espressione del prete che, mostrando ai fedeli l’ostia consacrata, diceva: “Ecce Agnus Dei”. La catechista ci aveva insegnato che quell’ostia bianca era Gesù, vivo e vero. All’improvviso mi fu chiaro che l’Agnello era Gesù, quello stesso Gesù che, passando tra la gente, Giovanni il battista aveva indicato come “l’Agnello di Dio che porta su di sé i peccati del mondo”. Un’immagine capace di suscitare tenerezza, bontà, mansuetudine, ma anche richiamo all’agnello il cui sangue era servito per segnare gli stipiti delle porte degli ebrei nella loro fuga, liberazione, dalla schiavitù dell’Egitto e che gli ebrei mangiavano per la loro Pasqua, annualmente, ed anche “all’agnello condotto al macello” dei carmi del Servo di Jhawéh del profeta Isaia proclamati nella liturgia della Parola della Settimana Santa. Dall’immagine dell’Agnus Dei il pensiero corre ora veloce all’Ecce homo di Pilato. In Lui le profezie si compiono, per le sue sante piaghe noi siamo redenti. San Paolo richiama «la dolcezza e la mansuetudine di Cristo» (2 Cor 10,1). E San Pietro a sua volta ricorda l’atteggiamento di Gesù nella Passione: non rispondeva e non minacciava, perché «si affidava a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23). E la mitezza di Gesù si vede fortemente nella sua Passione. Quel Gesù “mite ed umile di cuore” proclama “beati i miti” ed invita gli affaticati ed oppressi di ogni tempo a trovare ristoro in lui, imparando da lui, prendendo il suo gioco su di sé. In una catechesi Benedetto XVI affermava: «Il “giogo” di Cristo è la legge dell’amore, è il suo comandamento, che ha lasciato ai suoi discepoli (cfr Gv 13,34; 15,12). Il vero rimedio alle ferite dell’umanità, sia quelle materiali, come la fame e le ingiustizie, sia quelle psicologiche e morali causate da un falso benessere, è una regola di vita basata sull’amore fraterno, che ha la sua sorgente nell’amore di Dio. Per questo bisogna abbandonare la via dell’arroganza, della violenza utilizzata per procurarsi posizioni di sempre maggiore potere, per assicurarsi il successo ad ogni costo. Anche verso l’ambiente bisogna rinunciare allo stile aggressivo che ha dominato negli ultimi secoli e adottare una ragionevole mitezza”. Ma soprattutto nei rapporti umani, interpersonali, sociali, la regola del rispetto e della non violenza, cioè la forza della verità contro ogni sopruso, è quella che può assicurare un futuro degno dell’uomo».
di Mons. Santino Colosi

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