Cosa resterà della catechesi dei nostri anni?
- 30 lug
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Si è concluso da poco un altro anno catechistico e gli incontri di educazione alla fede del sabato, con l’arrivo dell’estate e delle vacanze sono stati sospesi. Quest’anno noi catechisti abbiamo accompagnato i nostri ragazzi e le nostre ragazze ad una delle tappe fondamentali del loro itinerario di Iniziazione cristiana: il Sacramento della Confermazione e dell’Eucaristia. Seguendo le indicazioni che provengono dalla nostra diocesi abbiamo in qualche modo cercato di seguire il percorso di ispirazione catecumenale La Via. Ovviamente non ci può essere un paradigmache vada bene per tutte le realtà parrocchiali e dunque con la guida del nostro parroco abbiamo fatto degli adattamenti cucendolo a nostra misura. La mia esperienza di accompagnatrice nell’itinerario di catechesi verso l’incontro con Cristo Gesù è ormai più che trentennale ma puntualmente arrivati a questo punto del loro cammino, che dovrebbe proseguire a partire da settembre e che in questo nuovo percorso è chiamato tempo della Mistagogia, i dubbi mi assalgono e sperimento la preoccupazionedi aver mancato il bersaglio. Puntualmente, infatti, dopo aver ricevuto i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana la maggior parte dei nostri ragazzi che abbiamo visto crescere sotto i nostri occhi fin dall’età di 6/7 anni, smette di frequentare il gruppo e la loro saltuaria presenza alla messa domenicale si trasforma in fuga definitiva. Il senso di frustrazione è grande e nelle verifiche del gruppo dei catechisti con timore e tremore ci chiediamo cosa rimarrà di questi anni passati insieme e se il fine della nostra azione, cioè l’incontro vitale con la Persona di Cristo Risorto, si è realizzato. Il fatto che i genitori siano i primi educatori della fede dei loro figli non ci tranquillizza e ci rifiutiamo di scaricare solo su di essi tutte le responsabilità. Sicuramente le famiglie sottovalutano la bellezza e l’importanza di questi nostri incontri, il valore formativo che essi hanno nella crescita della loro personalità, nella maturazione della loro coscienza credente e forse ignorano che essere educati al pensiero di Cristo, cioè a pensare, giudicare ed agire come Lui, fa dei loro figli delle persone sicuramente più felici e più resistenti alle forze del male che sperimentano nella realtà di tutti i giorni. Forse non si rendono pienamente conto che noi siamo loro alleati e che insieme, famiglia e comunità parrocchiale, potremmo essere una forza vincente. Probabilmente non siamo riusciti a tramettere la consapevolezza che gli incontri di catechesi nella vita dei loro figli sono altrettanto importanti dello sport, dello studio, della danza, della musica, dello svago e non sono finalizzati solo alla ricezione dei Sacramenti. È pur vero che tanti tra loro sono poco praticanti ed hanno un legame esile con la Chiesa pur vivendo una religiosità tradizionale e una ricerca di spiritualità fondata sugli interrogativi che riguardano il senso dell’esistenza. Rimane il dato certo che le nostre parrocchie senza la presenza di famiglie, diadolescenti e giovani non esprimono gioia e vitalità, si intristiscono, si accartocciano su se stesse, senza di loro non c’è futuro per la Chiesa. Negli anni che verranno nell’evangelizzazione e nella catechesi occorrerà lavorare di più e meglio con le famiglie e valorizzare e promuovere il passaggio da un’identità religiosa ricevuta per tradizione ad un’identità cristiana consapevole e assunta come fondamento della propria vita, come risposta al Dio misericordioso che si svela nel volto di Gesù. La Chiesa non può far altro che cercare l’uomo di tutti i tempi valorizzando il linguaggio che egli comprende, ecco perché i catechisti devono imparare sempre più l’arte dell’ascolto e della comunicazione. Le esperienze della nascita, della sofferenza, della morte di una persona cara, dell’amicizia, dell’amore vissuto come tenerezza e dono di sé, della contemplazione della bellezza nella natura e nell’arte possono essere il luogo in cui la voce discreta ed umile del catechista fa risuonare una Parola che è al di sopra e che permette l’incontro con il Tu di Dio. E tornando al tema degli adolescenti e dei giovani, capiamo che spesso le loro parole sono fatte di silenzi, di non detto, di linguaggi nuovi, o di gesti carichi di emozioni non facili da riconoscere da cui trapelano le inquietudini che si agitano nelle loro fragili esistenze. Ne abbiamo avuto esperienza con la tragica morte dei nostri amati e mai dimenticati Mattia e Simone, quasi un anno fa. Con grande apertura di cuore, con delicatezza e sensibilità, nella catechesi e in tutte le occasioni di annuncio, opportune e meno opportune, occorre porsi in atteggiamento di ascolto per farsi prossimo, entrare nella relazione con l’altro con il desiderio di essere presenza accogliente e non giudicante. L’adulto che educa deve essere un testimone credibile, capace di mostrare che sa camminare e stare accanto. La sfida è quella di creare per questi giovani degli spazi belli, luoghi nei quali fare esperienza di vera comunità, in cui incontrarsi, stare insieme al sicuro e soprattutto di saper adottare nella relazione un linguaggio che ancorandosi alle loro esperienze di vita, sappia non solo trasmettere contenuti religiosi ma sia generativo, apra al desiderio di trascendenza, di senso e di autenticità che abita il loro cuore. E forse solo allora non se ne andranno più.
di Pina Torre





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