Essere accolti per imparare ad accogliere
- Clan Firenze 12
- 24 set 2017
- Tempo di lettura: 2 min

Combattere l'indifferenza nei confronti di una realtà sentita troppo spesso lontana, abbattere il muro della paura del diverso: questi erano i principali obiettivi del nostro Clan (gruppo scout Agesci Firenze 12) quando abbiamo scelto di portare avanti questo progetto. Abbiamo deciso infatti di toccare con mano alcune realtà riguardanti il mondo dell'immigrazione per renderci conto di come il problema veniva davvero affrontato dal nostro Paese, per abbattere quei falsi miti che si sentono troppo spesso nei telegiornali, per vedere con gli occhi, ma soprattutto con il cuore, che i migranti sono persone come noi. Il nostro percorso è iniziato durante l'anno: abbiamo avuto diversi incontri con ragazzi in accoglienza presso l'associazione Oxfam, alcuni operatori della stessa associazione, ma anche persone facenti parte della Commissione territoriale e della prefettura. Ognuno di questi incontri ci ha reso più consapevoli, più aperti, ma restava ancora una sorta di barriera invisibile tra un “noi” e un “loro”. Ci siamo quindi recati in Sicilia, più precisamente a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), presso il centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati: “Casa di Ismail”. Qui abbiamo conosciuto dodici ragazzi di età compresa tra i 16 e i 18 anni per la maggior parte provenienti dal centro Africa. L'imbarazzo iniziale, forse sì accentuato dalle diversità innegabili, era pur sempre quel semplice imbarazzo che si crea tra un gruppo di ragazzi coetanei ma estranei tra loro. Imbarazzo che il metodo scout insegna a smorzare subito attraverso qualche semplice gioco di conoscenza: e così è stato, niente di eclatante o particolarmente strutturato, ma solo semplici giochi. Semplice è infatti la parola chiave: anche nei giorni successivi non abbiamo fatto niente di eclatante o particolarmente speciale; siamo solo stati insieme, come qualsiasi gruppo di amici. Dai cartelloni alla costruzione di strumenti musicali, dalle lezioni di italiano ai giochi al mare, ma qualsiasi cosa si facesse eravamo insieme: dopo poco a nessuno importava più di che colore fosse la nostra pelle, eravamo solo ragazzi tra altri ragazzi. Guardandosi indietro dopo questa esperienza, dopo che salutarci è stata una “fittonata al cuore, sembra stupido o quantomeno incredibile aver provato paura: eppure sia noi che loro abbiamo avuto paura di chi poteva capitarci davanti. Ma, nonostante questo, ci hanno aperto le porte di quella che, almeno per ora, è la loro casa, ci hanno accolto e noi ci siamo dovuti far accogliere; ma tutto ciò è diventato dopo poco così spontaneo che, ogni tanto, ci dimenticavamo di ciò che questi ragazzi avevano passato per arrivare qua. Ci siamo sentiti, se non uguali, quantomeno molto simili, parte di uno stesso gruppo che andava oltre la nazionalità. Ormai quelle notizie che passano alla tv hanno dei nomi, dei volti che le rappresentano; non sono più numeri ma persone.Abbiamo ricevuto tanto da questa esperienza e speriamo un giorno di poter dare in cambio qualcosa, almeno nel nostro piccolo, con la nostra testimonianza. Per ora, insieme ad un grande abbraccio a distanza, auguriamo a tutti buona fortuna e buona strada.





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