
Essere prete
- 2 giorni fa
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“Sei tradizionalista o progressista? Sei di Francesco o di Leone?”. Nel mio ministero queste sono diventate le domande che più di frequente mi vengono rivolte. Spesso, sorridendo, rispondo: “Sono prete della Chiesa di Cristo”.
Questo non è un momento facile per essere preti. Viviamo un’epoca di grandi cambiamenti in cui la società sembra sempre più indifferente alla proposta di fede e il sacerdote si trova a doversi barcamenare tra il servizio di più comunità – visto lo scarso numero di vocazioni – e un’attività pastorale che oltre all’evangelizzazione e alla vita liturgica richiede delle competenze sempre più ampie, soprattutto in ambito amministrativo. Il rischio di avere preti stanchi, delusi, soli e poco entusiasti, anche dopo qualche anno dall’ordinazione, è reale e concreto.
Come si può evitare questo? Certamente nessuno ha ricette pronte! Tuttavia l’ascolto attento della Parola di Dio può sostenere la vita del presbitero. Nelle sue lettere pastorali l’apostolo Paolo, scrivendo a Timoteo, dà alcuni suggerimenti per vivere bene il proprio ministero e credo che queste indicazioni siano sempre attuali. San Paolo esorta Timoteo a essere un modello di fede (cf. 1Tm 4,12): il prete è prete sempre! Non ci sono momenti della giornata in cui si è preti e altri no.
Talvolta nel clero assistiamo a questa “schizofrenia” che genera tanta confusione e spesso scandalizza. Il prete, invece, deve farsi modello per il gregge soprattutto nella fede e nella preghiera che esprime il suo rapporto intimo con il Signore. Paolo, ancora, esorta Timoteo a custodire il "deposito" della parola (cf. 1Tm 6,20): la più grande preoccupazione di ogni sacerdote deve essere quella di custodire e annunciare la Parola di Dio in ogni occasione “opportuna e inopportuna”. Lo studio, l’approfondimento, l’aggiornamento costante, oggi sono necessari per il ministero di un sacerdote che si trova davanti una società che chiede, vuole sapere ed esige che i pastori siano “preparati”. Infine, Paolo incoraggia Timoteo a educare con pazienza e prendersi cura della comunità con uno stile di servizio umile e irreprensibile. Oggi, è urgente questa capacità del sacerdote di farsi prossimo, di saper ascoltare con pazienza il popolo santo per poterlo condurre nuovamente ad ascoltare e desiderare Dio: “O Dio, tu sei il mio Dio all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz’acqua” (Sal 62,2). La qualità della vita del sacerdote, dunque, credo che dipenda da queste due cose: dall’ascolto di Dio e della gente. Dall’ascolto scaturisce il servizio, quello vero, umile, maturo che ancora oggi può generare per la nostra società “preti felici”.

di Fabio Cattafi





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