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Gesù e la donna

  • 26 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Contrariamente al pensiero dominante dell'ambiente culturale e religioso dove Gesù è nato e vissuto, nei Vangeli la figura della donna è sempre presentata in modo positivo (fatta eccezione per Erodiade e Salomè, rispettivamente amante e figliastra del re Erode Antipa) e per la madre dei figli di Zebedeo, la mamma senza nome che comandava a Gesù di nominare i suoi due figli, uno al ministero dell'interno e l'altro agli esteri. Al contrario, il comportamento degli uomini, apostoli e discepoli compresi, viene spesso       stigmatizzato da Gesù.

L'evangelista Luca ci informa che Gesù non aveva alcun problema ad accompagnarsi con le donne (cfr. Lc 8,1-3) che, non dimentichiamolo, i giudei ritenevano creature non attendibili, bugiarde (non erano ammesse a testimoniare in un processo), un nulla, esseri senza diritti, costrette a vivere sottomesse ai maschi di casa: il padre, il marito e i figli maschi. Per gli intransigenti custodi dell'immutabile tradizione dei padri (già, la tradizione...), il comportamento di Gesù è inaudito, inaccettabile, fuori dalla grazia di Dio. Quando mai, a memoria d'uomo, un maestro della Torah ha annoverato tra i suoi discepoli delle donne? Di questo passo dove andremo a finire ? Il Talmud insegna che «è meglio bruciare i rotoli della Torah piuttosto che venga insegnata a una donna». Gesù, invece, permette alle donne di seguirlo, di sedersi ai suoi piedi per ascoltare i suoi insegnamenti (che significa diventare sue discepole). Ecco uno dei motivi per cui i familiari di Gesù, ritenendolo fuori di testa (lett. posseduto), vogliono riportarlo a casa, fare un bel TSO ante litteram. Gesù però non segue la tradizione dei padri, dei sapienti, dei dotti, dei pii, dei sacerdoti, dei dottori della Legge, Gesù segue solo il Padre, che predilige coloro che non contano nulla come le donne, persone relegate ai margini della società civile e religiosa, ostracizzate, spesso con un passato non proprio raccomandabile. Ecco, Gesù, accompagnandosi a costoro, se ne va in giro «proclamando il Regno dei Cieli» ossia il modo che ha Dio di farsi presente nella vita dell'uomo, che non passa dall'osservanza ossequiosa della Legge, ma dall'accoglienza del suo amore, un amore che se ricevuto e accolto, dà all'uomo la possibilità di svilupparsi e crescere in divinità, cioè nella pienezza dell'umanità. C'è un altro episodio del Vangelo di Luca che scandalizza i contemporanei di Gesù lasciandoli attoniti, ed è quello della peccatrice che entra, non invitata, in casa di Simone il fariseo (Lc 7,36-50). Ciò che colpisce, e che ricorda tanto la Parabola del Figliol Prodigo, è il fatto che Gesù non domanda nulla del passato della donna, non indaga, non le comanda di sciorinare i suoi molti peccati davanti a tutti. Al contrario, pone in evidenza le cose buone che la donna ha fatto nei suoi confronti, mette in luce le sue capacità di fare il bene nonostante la sua vita non proprio esemplare. Dentro le nostre comunità e nelle relazioni all'interno di esse, sovente avviene il contrario: chi si macchia di una colpa, chi vive in situazioni di peccato, spesso non per libera scelta ma perché costretto da vicissitudini particolari, resta marchiato a fuoco per sempre. Siamo fin troppo attenti, come Simone il fariseo, a imbandire le nostre mense, a celebrare le nostre belle e pompose liturgie, ma non ci accorgiamo di chi giace ai nostri piedi mendicando attenzione e perdono anzi, spesso e volentieri, scalciando per allontanare chi ci infastidisce e contamina con la sua sola presenza le nostre belle celebrazioni. Abbiamo ancora tanto cammino da fare perché il Vangelo sia davvero Buona Notizia per tutti e non un codice di procedura penale.


di Santino Coppolino


 

 

 
 
 

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