I LAICI - Il linguaggio della fede perduto o mai appreso
Insegnare la “Divina Commedia” a ragazzi di 16-18 anni, quasi tutti con alle spalle anni e anni di percorsi di iniziazione cristiana, fa toccare con mano il diffuso analfabetismo religioso che caratterizza sempre più ampi strati della nostra società: nelle lezioni su tutte e tre le cantiche, sempre più di frequente ai ragazzi, nel mio caso liceali, manca “l’enciclopedia” di conoscenze personali necessarie per comprendere riferimenti biblici o concetti basilari della fede che formano il sostrato cristiano dell’opera dantesca. Non crediamo che tra gli adulti la situazione sia di gran lunga migliore, a parte poche eccezioni che riguardano gli operatori pastorali, sempre più sparuti, e un “piccolo gregge” di laici maggiormente formati e consapevoli. Per il resto, si assiste, oltre al crollo della frequenza della Messa domenicale e della vita parrocchiale in generale, al riflusso di molti battezzati in pratiche di fede rinchiuse nel privato e soggettive senza alcuna cura della propria formazione personale: ognuno si costruisce una sorta di religione “fai da te”, a volte con tratti post-deistici. Dall’altra parte, persiste nella maggioranza dei battezzati una religiosità “bambina” che spesso, soprattutto nel nostro Meridione, si esprime in pratiche devozionali tramandate per tradizione, a volte al limite dell’idolatria, confinate al momento della festa e alla processione del santo o della Vergine. In molti laici ai margini della vita della comunità ecclesialepermane una certa attrazione un po’ inconsapevole per la componente emotiva legata al sacro, che può sfociare in forme di fanatismo e, addirittura, in fascinazione per le sette. Sono tutte prassi legate alla mancanza di solida formazione del laicato, a parte una superficiale infarinatura acquisita al momento dell’iniziazione ai sacramenti, se va bene.
Sulle cause di questa scristianizzazione dilagante nella società italiana e non solo, negli ultimi anni le analisi si sono sprecate: l’interruzione della trasmissione della fede cattolica in famiglia, la crisi delle parrocchie, la secolarizzazione, la società liquida e così via. In generale, la Chiesa viene percepita sempre più distante dal mondo reale: la Chiesa e la società parlano due lingue non solo diverse ma spesso tra loro incomprensibili.
C’è qualche aspetto su cui, a mio avviso, ci sarebbe comunque da riflettere. Quale investimento ha fatto la Chiesa, in particolare quella italiana, sulla formazione dei laici? Si è creduto davvero, dopo il Concilio Vaticano II, nella necessità della crescita di un laicato maturo oppure si è avuto timore di consolidare tale processo? Davvero, come si afferma nell’inizio della “Gaudium et Spes”, “la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” oppure, in una società italiana ed europea occidentale sempre più multiculturale e multireligiosa, si arrocca in difesa della propria identità e della tradizione?
È necessario guardare agli errori del passato e riconoscere che certe scelte legate al mantenimento dello status quo, al rispetto della tradizione hanno nuociuto alla Chiesa e hanno contribuito ad allontanare molti fedeli. Oggi si pagano le conseguenze di certi sbagli e non basterà alcun rinnovamento organizzativo, ad esempio le unità pastorali anziché le parrocchie oppure talune lodevoli iniziative di formazione rivolte ai laici, se la Chiesa non propone una fede che sia davvero incarnata concretamente nella vita del mondo di oggi.
di Alessandro Di Bella

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