Il Patto delle Catacombe Un sogno da rinnovare
- 29 mar
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Sono trascorsi più di sessant'anni dall'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, che dopo 2000 anni nel corso dei quali il cristianesimo si era sostanzialmente identificato con la cultura europea, spalancava le porte della Chiesa ad una piena incarnazione della fede nella vita e nella cultura di tutti i popoli, restituendole una vera cattolicità.
Il 16 Novembre del 1965, poche settimane prima della chiusura del Concilio, una cinquantina di vescovi di di 15 Paesi diversi, si riunirono nelle catacombe di Domitilla per celebrare l'Eucaristia. E lì, subito dopo la celebrazione, siglarono un patto: il Patto delle Catacombr. Tra i firmatari del documento vi furono molti vescovi latinoamericani (l'unico vescovo italiano fu mons. Bettazzi, scomparso nel 2023 all'età di 99 anni) tanto che il testo ebbe una forte influenza sulla Teologia della Liberazione che da lì a qualche anno avrebbe visto la luce.
Il Patto, nei suoi tredici punti, poneva al centro dell'interesse della Chiesa e della evangelizzazione i poveri, gli ultimi, gli scarti della società ed ebbe come ispiratore il card. Lercaro e come estensore del testo mons. Helder Camara, vescovo di Olinda e Recife, in Brasile. Veniva tracciato, così, il sentiero alla formazione di una Chiesa povera e a servizio dei poveri. «Come vorrei una Chiesa povera per i poveri !»: affermava Papa Francesco (inserito perfettamente nel solco dei padri firmatari) il 16 Marzo del 2013 all'inizio del suo pontificato, frase, questa, che suscitò molta sorpresa soprattutto nell'occidente cristiano opulento. Nel documento i vescovi si impegnarono «a vivere come vivono le nostre popolazioni per la casa, il cibo, i mezzi di locomozione e il resto», rinunciarono «ai privilegi e ai lussi, agli abiti e alle stoffe ricche e ai colori sgargianti, ai simboli di potere, agli ornamenti d'oro e d'argento, alla proprietà di beni immobili e al conto in banca». Rifiutarono di farsi chiamare «con nomi e titoli che richiamano grandezza e potere: eminenza, eccellenza, monsignore; preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di "padre". Nel nostro comportamento e nelle nostre relazioni eviteremo ogni privilegio, priorità, preferenza ai ricchi e ai potenti (...). Eviteremo vanità, ricompense e donazioni». Nella richiesta ai responsabili dei governi solleciteranno leggi, strutture e istituzioni sociali fondate sulla carità e sulla giustizia.
Il documento rappresenta una vera e propria sfida ai fratelli nell'episcopato a condurre una vita di povertà, una Chiesa «serva e povera»come suggerito dallo stesso Giovanni XXIII, insisteranno sulla collegialità e la corresponsabilità della Chiesa come popolo di Dio, sull'apertura al mondo e sulla accoglienza fraterna. Il testo del Patto, reperibile in rete, fu consegnato per iscritto il 7 Dicembre, vigilia della chiusura del Concilio, a tutti i Padri Conciliari e recato personalmente dal card. Lercaro a Papa Paolo VI. I vescovi firmatari, ritornati nei loro Paesi, condivisero il "Patto" con altri confratelli vescovi raccogliendo numerose adesioni sicché, alle 57 firme iniziali, se ne aggiunsero altre 500.
di Santino Coppolino







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