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Il quarto Evangelo

Molti, in passato, nella Chiesa, hanno ritenuto un errore l'aver annoverato il Vangelo di Giovanni tra quelli canonici. Molto diffidenti verso una teologia tanto diversa da quella degli altri evangelisti, con la radicale opposizione al tempio e ad ogni forma di istituzione religiosa (Gv. 4,21), guardavano con sospetto la comunità nata dal quarto Vangelo che prendeva le distanze dalla struttura gerarchica che nella Chiesa andava formandosi e che fu inizialmente accolto da gnostici ed eretici. La Chiesa di Giovanni è infatti formata da “un solo gregge, un solo Pastore” Gv 10,16) perché l'esistenza della comunità dei credenti (il gregge) contiene in sé la presenza del suo Signore (il pastore) e forma il nuovo santuario da cui si irradia l'amore del Padre per tutta l'umanità (Gv 17,22-23). Ritenuto poco adatto a regolare la vita dei credenti, fu classificato da Clemente Alessandrino come il "Vangelo spirituale", un'opera di difficile comprensione non adatta al popolo, ad uso e consumo di mistici e persone 'spirituali'.

Questo tipo di 'emarginazione' di questo Vangelo dalla vita della Chiesa, continua purtroppo tuttora. Infatti, a differenza dei Vangeli sinottici, questo non ha un suo anno liturgico, ma viene letto solo a frammenti in maniera incompleta e lacunosa. Eppure la comprensione di Gesù che emerge dal Vangelo di Giovanni è la più profonda di tutto il Nuovo Testamento. Se, infatti, i sinottici presentano Gesù come il Figlio di Dio, Giovanni è l'unico che attribuisce il termine Dio a Gesù (Gv 20,28), invitando il credente a fissare il suo sguardo solo in Lui. Quando Filippo chiederà a Gesù di mostrargli il Padre, Gesù risponderà: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” Gv 14,9). Per l'evangelista Gesù non è uguale a Dio, ma Dio è uguale a Gesù. Giovanni, infatti, invita il lettore a sbarazzarsi di ogni concezione o immagine di Dio che non trovi riscontri in Gesù, nella sua vita e nel suo insegnamento. Ogni immagine di Dio, nata da tradizioni religiose e spiritualità, che non coincide con Gesù va eliminata, in quanto incompleta, limitatamente o falsa. E' un Dio che non può essere conosciuto attraverso dottrine, ma mediante le sue opere (Gv 14,11), e le opere di Gesù sono tutte a favore dell'uomo, della sua vita e della sua felicità. Giovanni presenta Gesù come pienezza di Vita e di  Luce propria (Gv 1,4), il pieno compimento delle attese dell'Antica Alleanza, un continuo crescendo di questa vita e questa luce che “illumina ogni uomo” attraverso azioni che comunicano vita a tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro condizione morale e religiosa.

Non sono più le Tavole della Legge, ormai vuote “giacenti” (keìmenai  Gv 2,6) perciò inutilizzabili, a regolare il rapporto con Dio, ma l'amore incondizionato verso tutti. La Legge, infatti, non può manifestare la realtà di un Dio che è Amore, e l'amore non si può esprimere attraverso le leggi, ma solo con le opere che comunicano vita all'uomo. La Legge, così tanto invocata da chi detiene il potere sul popolo per difendere traballanti teorie spacciate per volontà divina, è un vuoto contenitore che nasconde la pretesa di dominio da parte della classe sacerdotale. Mai Gesù si rifà alla Legge di Dio, ma sempre all'amore del Padre. In nome della Legge, fosse anche quella divina, si arriva perfino ad uccidere e a far soffrire, in nome dell'amore del Padre si possono solo alleviare le sofferenze e restituire vita ad ogni persona. Per l'evangelista Giovanni, Gesù non è venuto a riformare le istituzioni religiose del suo tempo, ma ad eliminarle, ad abolirle. Nell'episodio della cacciata dei mercanti (Gv 2,13-22), la sua azione non è volta alla purificazione del Tempio (Gv 2,13-22), ma alla sua abolizione: senza la presenza del popolo, dei cambiavalute e degli animali per i sacrifici (v.15), il Tempio avrebbe perso la sua funzione e, nello stesso tempo, sarebbero terminati i lucrosissimi affari della casta sacerdotale. “Tutto quell'insieme di credenze e di culti chiamato religione non solo non permetteva la comunione con Dio, ma era proprio quello che lo impediva” (cit.). Sarà questa una delle ragioni principali della condanna a morte di Gesù.


di Santino Coppolino 




 

 

 

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Creato da Filippo Maniscalco

Gestito Antonino Cicero

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