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Il tempo della Chiesa Docilità, prossimità, annuncio, distacco

  • 31 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Domenica scorsa, con la solennità della Pentecoste, si è concluso, dopo cinquanta giorni, il tempo pasquale. Come gli Apostoli che, ricevuto lo Spirito Santo promesso dal Risorto, hanno iniziato da Gerusalemme la loro predicazione fino ai confini della terra, così anche la liturgia ci ricorda che questo è ancora il nostro tempo: il tempo in cui la Chiesa è chiamata a testimoniare il Vangelo nella vita degli uomini, in attesa del ritorno del Signore.

Quella missione evangelica che da duemila anni cammina sulle gambe dei credenti è ancora oggi la stessa missione affidata a ciascuno di noi, come singoli e come comunità, membra vive dell’unico Popolo di Dio radunato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Nella mia piccola e ancora acerba esperienza di “missione” — anzitutto da battezzato, figlio di questa comunità che mi ha generato alla fede, e poi come giovane in cammino verso il sacerdozio ministeriale all’interno di una congregazione missionaria — sto imparando che, per annunciare davvero il Vangelo, bisogna anzitutto conoscere il contesto e le persone a cui esso è rivolto.

Se provassimo, dunque, a guardare più da vicino la nostra realtà, il nostro “piccolo mondo”, forse ci accorgeremmo di quanto il nostro modo di vivere e trasmettere la fede, al netto delle devozioni e delle tradizioni, sia spesso distante da una società certamente bisognosa, ma che vive sempre più come se Dio non c’entrasse con la vita concreta.

Ancora una volta è la Scrittura, insieme all’esempio dei primi cristiani, a indicarci una strada da percorrere e, in particolare, può esserci qui d’aiuto l’episodio del diacono Filippo che incontra l’eunuco sulla strada tra Gerusalemme e Gaza (At 8,26-40).

Da questo racconto impariamo anzitutto la docilità. Filippo si lascia condurre dallo Spirito Santo in un luogo tutt’altro che favorevole e confortevole secondo i nostri criteri: una strada deserta, dove incontra non una persona devota e già ben predisposta, ma uno straniero, segnato da una condizione fisica che, nella mentalità del tempo, lo rendeva un escluso, uno che, incapace di generare vita, è come se fosse già morto.

Impariamo poi la prossimità. Filippo non fugge né aspetta che arrivi qualcun altro: gli si fa vicino, sale sul suo carro e si lascia interrogare da ciò che interessa a quell’uomo, accorgendosi così che l’eunuco è fermo su un passo del profeta Isaia che non capisce e che però parla di un uomo umiliato, disprezzato e privato della possibilità di trasmettere la vita: in quelle parole l’eunuco ritrova qualcosa di sé.

È proprio dalla prossimità, allora, che nasce l’annuncio. Solo dopo aver ascoltato e compreso ciò che quell’uomo portava nel cuore, Filippo può annunciargli il Signore Gesù con semplicità e gioia: un Dio fatto uomo che si fa vicino, che prende su di sé e fa sua ogni cosa dell’uomo finanche le ferite e le infermità.

L’ultima esperienza che questo brano ci consegna è quella del sano distacco. Dopo aver accompagnato l’eunuco fino al battesimo, Filippo scompare dalla sua vista: a restare non deve essere come leader carismatico del suo fanclub il testimone, il catechista, il prete, ma solo Cristo, unico Maestro e Signore, del quale tutti noi cerchiamo di essere discepoli.

Anche il nostro tempo, allora, pur segnato da fatiche e contraddizioni, resta un tempo favorevole per il Vangelo e quanto detto non deve scoraggiarci né portarci a chiuderci nei nostri recinti mentali o territoriali, ma aiutarci a vivere con una certezza: il Signore resta fedele e non viene meno al mandato affidato a noi, suoi piccoli e fragili discepoli.



di Gabriele Panarello



 
 
 

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Tabor 7.0

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