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L’oratorio da rilanciare

  • 31 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

L'oratorio nasce per l'intuizione di due grandi santi della Chiesa : san Filippo Neri (XVI sec.) e don Bosco (XIX sec.) i quali, mossi dallo Spirito Santo, videro nell'educazione dei giovani l'opportunità del loro riscatto sociale e la via privilegiata per la santificazione della loro vita. Nell'immaginario di quanti, me compreso, hanno avuto la grazia di frequentarlo, l'oratorio ritorna sempre con nostalgia, come luogo incantato, quasi magico, fatto di giochi, attività (musica, teatro, cinema, sport...), incontri, amicizie, innamoramenti. «Un universo educativo, un microcosmo nel quale le regole educative venivano condivise soprattutto con i genitori 

i quali apprezzavano l'operato degli educatori, fossero essi preti, suore o semplici laici» (cit.). A Barcellona l'oratorio ha rappresentato per tante generazioni di ragazzi lo spazio, la realtà educativa (unitamente a famiglia e scuola) dove poter socializzare e crescere come «buoni cristiani, onesti cittadini, futuri abitatori del Cielo» (don Bosco), una realtà dove poter imparare, come spesso mi ripeteva la nonna, "i cosi 'i Diu" , in altri termini, l'evangelizzazione. Eppure l'oratorio oggi appare sempre più un'esperienza stanca, appesantita, quasi appassita, spiazzata dal presente e angosciata per il futuro. Le sue condizioni di salute non appaiono affatto buone, un malato in perenne "accanimento terapeutico", quasi fosse vittima di un qualche sconosciuto virus. E' evidente un certo malessere manifestato come disaffezione per la pratica religiosa da parte delle nuove generazioni, famiglie comprese. Siamo forse giunti alla fine dell'esperienza dell'oratorio? Forse che la figura dell'oratorio, così come ci è stata tramandata, presenta proposte inadeguate a nuove circostanze? Ritengo che l'oratorio rimane sempre un osservatorio privilegiato per l'ascolto e la cura dei disagi delle nuove generazioni, ma sono convinto che il suo sguardo debba essere rivolto principalmente "ad extra" più che "ad intra". Disagio giovanile fatto di fragilità emotive, solitudini, dispersione relazionale, dipendenza da social, droghe e alcool. In contesti come questi, secondo gli esperti, il compito principale dell'oratorio è quello di essere perennemente in "esodo", in uscita, per condividere gli spazi di vita frequentati dai giovani, di stabilirsi e abitare la strada (non dimentichiamo che Gesù fu un rabbi itinerante e che i primi discepoli erano chiamati quelli della via), dando attenzione soprattutto a quella parte di gioventù, che è la maggioranza, che ordinariamente non frequenta "spazi sacri" .

Oratorio come progetto edificato non a tavolino, ma dalla capacità di lasciarsi provocare e mettere in discussione dalle urgenze e dai bisogni dei giovani del nostro tempo. Accettare la sfida di confrontarsi con la realtà per diventare ponte tra strada e Chiesa. «Uscire verso le periferie esistenziali», diceva Papa Francesco, perché è «meglio avere una Chiesa ferita, incidentata, piuttosto che una Chiesa chiusa in sé stessa e malata». Rilanciare l'oratorio non dev'essere perciò un semplice spot, ma una urgente necessità, perché possa continuare ad esistere. «In un mondo profondamente mutato rispetto a quello dell'ottocento, operare la carità secondo criteri angusti, pragmatici, locali, dimenticando le più ampie dimensioni del bene comune, sarebbe una grave lacuna di ordine sociologico e anche teologico» (Don Pascual Chàvez).

di Santino Coppolino

 
 
 

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Tabor 7.0

Creato da Filippo Maniscalco

Gestito Antonino Cicero

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