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Nota biblica Io sono la porta delle pecore (Gv 10, 7)

  • 31 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

L’esegesi biblica, ossia l’interpretazione delle Sacre Scritture, non può prescindere dal contributo offerto dalla storia, dalla geografia, dall’archeologia, dalla linguistica; si tratta di discipline che, grazie allo studio delle civiltà del passato, offrono una ricostruzione del contesto storico-politico e socioculturale entro cui collocare gli eventi, al fine di una comprensione integrale del passo biblico preso in considerazione.  Nell’evangelista Giovanni, per esempio, non troviamo parabole, ma discorsi pronunciati da Gesù che appaiono spesso enigmatici. In Gv. 10 Gesù presenta l’immagine del “buon pastore” utilizzando un linguaggio figurato, “Chi entra per la porta è il pastore delle pecore”, in contrapposizione al ladro e brigante che entra nel recinto salendo da un’altra parte (vv.1-2); il pastore chiama per nome ciascuna delle sue pecore, cammina davanti a loro ed esse lo seguono perché conoscono la sua voce, mentre fuggono dall’estraneo perché non conoscono la sua voce (vv. 4-5). È interessante notare a questo punto il commento dell’evangelista: “Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro” (v. 6). Il greco paroimìa, (“parabola”), viene tradotto con “similitudine”: perché? Siamo in presenza di un discorso che, lungi dal configurarsi come un semplice paragone chiarificatore, è volutamente “oscuro”, quasi a voler sottolineare che la Verità è “preziosa”, esige riflessione e cuore, va ricercata, meditata, scoperta. In Gv 10, 1-5 Gesù, passando per la porta del Tempio, si presenta ai giudei come il vero Pastore, il vero Messia, al contrario del ladro e brigante, in cui si possono ravvisare i falsi Messia, gli zeloti o altri, che usavano la rivolta per impadronirsi del potere.   L’uso della metafora è presente anche ai vv. 7. 9: “Io sono la porta delle pecore…se uno entra attraverso di me sarà salvato”. La Verità, in questo caso, è racchiusa nella “porta” con la quale Gesù si identifica. A Gerusalemme esisteva, ed esiste ancora oggi, la “Porta Probatica” o “porta delle pecore”; posta sul lato orientale delle mura, essa era di accesso al Tempio: gli agnelli eranopurificati nelle acque della piscina di Betsatà e, attraverso quella porta, venivano condotti al Tempio, a Dio, per essere sacrificati. Gesù sostituisce le pietre della porta con la sua carne (“Io sono la porta”), come a dire che per ogni uomo Lui rappresenta l’unica via verso il Padre, verso la vita. Il contesto storico-culturale in cui trova fondamento la metafora della porta, dischiude così le potenzialità espressive del testo; il Figlio dell’uomo offre la sua carne, si lascia attraversare in una disposizione di accoglienza estrema, che culmina nel dono della sua vita per la nostra vita; il gregge del “buon Pastore” non è quello degli olocausti, delle vittime condotte al macello nel Tempio, non è l’antico Israele, ma è la Chiesa, nata per l’Eternità dall’acqua e dal sangue di Cristo.



di Tinuccia Russo

 
 
 

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