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Oltre l'incertezza La tragedia greca parla ai giovani d'oggi

  • 28 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

Si parla spesso dei giovani come se fossero una generazione smarrita, schiacciata dall'incertezza del futuro e priva di veri punti di riferimento: molti, infatti, dicono che tra i ragazzi si stia diffondendo una visione nichilista della vita, cioè la convinzione che nulla abbia davvero significato. Ma guardando più da vicino la realtà, alla luce delle varie opinioni, emerge una prospettiva diversa. Scrivendo da un punto di vista personale, posso dire di aver maturato la mia esperienza durante i vari anni di liceo classico trascorsi e credo fermamente che, attraverso il contatto con la tragedia greca, molti giovani possano trovare strumenti preziosi per comprendere meglio sé stessi e il mondo che li circonda.

La forza della tragedia greca sta nella sua capacità di affrontare senza paura il dolore e le difficoltà dell'esistenza (come diceva Nietzsche, i Greci furono capaci di guardare in faccia la sofferenza senza nasconderla dietro facili illusioni). Ecco perché le opere di Eschilo, Sofocle ed Euripide continuano a parlare ai giovani. In modo particolare, studiando le connotazioni dei vari personaggi, ho riconosciuto paure, dubbi e domande che non appartengono soltanto al mondo antico, ma che possono essere considerati attuali: per esempio, figure come Antigone e Medea, che rappresentano il conflitto tra l'individuo e la società, tra il desiderio di essere sé stessi e le regole imposte dagli altri. Attraverso lo studio, posso ritenere che mediante queste storie emerga un messaggio importante: la vita non può essere ridotta soltanto al successo, alla carriera o al guadagno economico, ma richiede una continua ricerca di significato e autenticità. Tante volte, per mezzo dell’organizzazione scolastica, è stato possibile assistere a varie rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa: seduto sulle antiche pietre del teatro, mi rendevo conto che, nonostante le opere messe in scena fossero state scritte più di duemila anni fa, continuavano a parlare anche a noi! Tra le varie esperienze, uno dei momenti che ricordo con maggiore intensità è stata la visione della Medea di Euripide. Durante la rappresentazione, infatti, non mi soffermai soltanto a considerare l’opera come semplice “storia di vendetta”, ma ho potuto vivere e provare il dramma di una donna profondamente ferita che cerca disperatamente rispetto e dignità; la sua sofferenza mi spinse a riflettere su sentimenti che tutti, in modi diversi, possiamo provare: il senso di esclusione, la rabbia, il bisogno di essere ascoltati. Un'impressione altrettanto forte mi lasciò l'Aiace di Sofocle. Assistendo alla rappresentazione, rimasi colpito dalla difficoltà del protagonista di accettare il giudizio degli altri e il senso di fallimento che lo travolge: paure molto attuali!

Evidente il legame profondo tra San Paolo e la cultura classica greca: nato a Tarso, uno dei centri della filosofia ellenistica, Paolo conosceva bene la retorica e i concetti greci, che utilizzò per diffondere il suo messaggio di salvezza universale, unendo fede e ragione. Entrambe le eredità insegnano a noi giovani d’oggi a non subire passivamente la realtà, ma a confrontarsi con i propri limiti e a ricercare una sorta di “rinascita” personale (la cosiddetta catarsigreca), attraverso il coraggio di esprimere le proprie idee e di cambiare il mondo circostante. Ciò che più mi ha colpito di queste esperienze, infine, è che la tragedia greca offre strumenti per comprendere meglio la realtà e affrontarla con maggiore consapevolezza: in un'epoca caratterizzata da cambiamenti rapidi e continui, la tragedia greca insegna, infatti, che il senso della vita non nasce dall'evitare le difficoltà, ma dalla capacità di affrontarle con coraggio.



di Riccardo Bongiovanni

 
 
 

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