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Papa Leone a Nicea

  • 27 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Il recente viaggio di papa Leone XIV in Turchia e Libano (27 novembre-2 dicembre) ha destato grande interesse nei media di tutto il mondo, sia perché si è trattato del  primo grande impegno internazionale del nuovo pontefice, sia per gli argomenti trattati dal Papa nei suoi discorsi con numerosi riferimenti a tematiche di stretta attualità. In questa sede, tuttavia, vorremmo limitarci a considerare l’importanza della causa originaria di questo viaggio: il 1700° anniversario del primo Concilio ecumenico della Chiesa indivisa, il cosiddetto Niceno I. La visita a Nicea, su invito del patriarca  di Costantinopoli Bartolomeo I, era già nei desideri di papa Francesco ed è stato, per così dire, “ereditata” da papa Leone. Nel pomeriggio del 28 novembre scorso il Papa, il Patriarca di Costantinopoli e i rappresentanti di diverse confessioni cristiane hanno pregato sui resti dell’antica basilica di san Neofito, martirizzato sotto Diocleziano agli inizi del IV secolo. Perché Nicea? Perché in questo importante centro dell’antica Asia Minore, l’odierna Izmir in Turchia, i padri del primo Concilio Ecumenico (318 secondo la tradizione, poco meno secondo i computi di alcuni storici) sottoscrissero nel 325 un simbolo di fede comune, il cosiddetto Simbolo Niceno, con cui venne formalizzata la dottrina cristologica che portò alla condanna dell’eresia ariana.

Venne così dichiarato che il Figlio è della stessa sostanza del Padre (la cosiddetta consustanzialità, “homoousìa” in greco), Figlio che è generato non creato (“prima di tutti i secoli”, come aggiungerà ancora il Concilio Costantinopolitano I nel 381), in opposizione alla predicazione del prete Ario e del vescovo Eusebio di Nicomedia secondo cui il Figlio non è della stessa sostanza del Padre, ma solo una sorta di dio minore, creato all’inizio del tempo e quindi una creatura perfetta, e niente di più.

A questo proposito papa Leone, nel suo discorso, ha sottolineato come oggi ci sia “un arianesimo di ritorno” secondo cui “si guarda a Gesù con ammirazione umana, limitandosi a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia (… ) senza considerarlo il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi”.

Di qui l’importanza della professione di fede niceno-costantinopolitana (il “Credo” della messa ma stavolta senza il “Filioque”) con cui tutti i presenti hanno insieme pregato. Certo è stata, anche con enfasi, rilevata l’assenza del Patriarca di Mosca e dei rappresentanti delle Chiese Ortodosse a lui in qualche modo legate  (la guerra  russo-ucraina accentua anche queste divisioni), ma l’evento di Nicea è destinato comunque a segnare un punto di non ritorno nel cammino ecumenico.

Il recente viaggio di papa Leone XIV in Turchia e Libano (27 novembre-2 dicembre) ha destato grande interesse nei media di tutto il mondo, sia perché si è trattato del  primo grande impegno internazionale del nuovo pontefice, sia per gli argomenti trattati dal Papa nei suoi discorsi con numerosi riferimenti a tematiche di stretta attualità. In questa sede, tuttavia, vorremmo limitarci a considerare l’importanza della causa originaria di questo viaggio: il 1700° anniversario del primo Concilio ecumenico della Chiesa indivisa, il cosiddetto Niceno I. La visita a Nicea, su invito del patriarca  di Costantinopoli Bartolomeo I, era già nei desideri di papa Francesco ed è stato, per così dire, “ereditata” da papa Leone. Nel pomeriggio del 28 novembre scorso il Papa, il Patriarca di Costantinopoli e i rappresentanti di diverse confessioni cristiane hanno pregato sui resti dell’antica basilica di san Neofito, martirizzato sotto Diocleziano agli inizi del IV secolo. Perché Nicea? Perché in questo importante centro dell’antica Asia Minore, l’odierna Izmir in Turchia, i padri del primo Concilio Ecumenico (318 secondo la tradizione, poco meno secondo i computi di alcuni storici) sottoscrissero nel 325 un simbolo di fede comune, il cosiddetto Simbolo Niceno, con cui venne formalizzata la dottrina cristologica che portò alla condanna dell’eresia ariana.

Venne così dichiarato che il Figlio è della stessa sostanza del Padre (la cosiddetta consustanzialità, “homoousìa” in greco), Figlio che è generato non creato (“prima di tutti i secoli”, come aggiungerà ancora il Concilio Costantinopolitano I nel 381), in opposizione alla predicazione del prete Ario e del vescovo Eusebio di Nicomedia secondo cui il Figlio non è della stessa sostanza del Padre, ma solo una sorta di dio minore, creato all’inizio del tempo e quindi una creatura perfetta, e niente di più.

A questo proposito papa Leone, nel suo discorso, ha sottolineato come oggi ci sia “un arianesimo di ritorno” secondo cui “si guarda a Gesù con ammirazione umana, limitandosi a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia (… ) senza considerarlo il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi”.

Di qui l’importanza della professione di fede niceno-costantinopolitana (il “Credo” della messa ma stavolta senza il “Filioque”) con cui tutti i presenti hanno insieme pregato. Certo è stata, anche con enfasi, rilevata l’assenza del Patriarca di Mosca e dei rappresentanti delle Chiese Ortodosse a lui in qualche modo legate  (la guerra  russo-ucraina accentua anche queste divisioni), ma l’evento di Nicea è destinato comunque a segnare un punto di non ritorno nel cammino ecumenico.


di Gino Bartolone

 

 
 
 

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