PasquaLa partita della vita
C’è un momento nella vita in cui tutto si ferma. Ti fermi tu, si ferma il mondo attorno. Magari non esteriormente, perché il lavoro continua, le persone parlano, la vita scorre. Ma dentro qualcosa si blocca. Ti accorgi che non basta più trascinarsi avanti, che ripetere le stesse cose non dà più senso ai giorni. È in quei momenti che si fa spazio la domanda più radicale: “E ora? Dove vado?”
La Pasqua è la risposta. Ma non nel senso di una bella festività da celebrare con le uova di cioccolato e i pranzi in famiglia. La Pasqua è una porta, uno strappo nel velo dell’abitudine, un passaggio obbligato. Vive davvero solo chi accetta di attraversarla.
La parola Pasqua, dall’ebraico Pèsach, significa “passaggio”.
È il movimento che porta il popolo di Israele fuori dalla schiavitù d’Egitto. Ma è ancor più il passaggio di Cristo attraverso la morte, per aprire una strada nella vita vera. E noi? Noi in quale esodo siamo?
Forse siamo prigionieri di una vita che ci sta stretta. Incatenati dalla paura del futuro, dal dolore del passato, dall’ansia di non essere mai abbastanza. O magari il nostro Egitto è fatto di superficialità, di distrazioni continue che ci tengono lontani dal domandarci cosa conta davvero. Ma la Pasqua viene a spezzare le catene. A darci un’uscita.
Solo che il passaggio non è automatico. Pasqua non la si “festeggia”, la si attraversa. E attraversarla significa morire a qualcosa.
I discepoli, la sera di Pasqua, non sono in festa. Sono chiusi dentro, impauriti, smarriti. Hanno visto crollare i loro piani. Il loro mondo si è rotto. E Gesù che fa? Non li rimprovera, non li schiva. Passa attraverso le porte chiuse e dice: “Pace a voi” (Gv. 20,19).
Forse la prima Pasqua che dobbiamo fare oggi è proprio questa: lasciare che Cristo entri nei nostri luoghi chiusi. Nei nostri “non ce la faccio”, nei nostri “è troppo tardi”, nei nostri “ormai è finita”. La fede non è una teoria, è un’esperienza. E Pasqua è l’esperienza che cambia tutto: “Non abbiate paura! Io ho vinto il mondo” (Gv 16,33).
Ma credere alla Pasqua significa anche rischiare. Fidarsi di Dio significa smettere di vivere da spettatori e cominciare a giocare la partita della vita per davvero.
Il chicco di grano, se non muore, rimane solo. Ma se muore, porta molto frutto (Cfr. Gv 12,24). Questa è la logica della Pasqua. Se vuoi vivere davvero, qualcosa di vecchio deve morire. Forse è il tuo orgoglio, forse la tua paura di sbagliare, forse quel rancore che ti tiene incatenato. Se non lo lasci andare, non potrai mai risorgere.
Pasqua è una chiamata a vivere da risorti. Non significa aspettare il paradiso, ma portare il cielo dentro la vita di ogni giorno. Nelle relazioni, nel lavoro, nelle scelte quotidiane. Significa amare fino in fondo, perdonare sul serio, rischiare la felicità che solo Dio può dare.
Non possiamo limitarci a celebrare la Pasqua. Dobbiamo viverla. E questo significa lasciarci attraversare dalla vita nuova di Cristo. Perché la Pasqua non è una data sul calendario. È il momento in cui scegli di vivere per davvero.
Solo così alle parole “Χριστὸς ἀνέστη” (Cristo è risorto), potremo rispondere a piena voce “αληθώς ανέστη!” (è veramente risorto).
Buona Pasqua.
di Louis Manuguerra

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