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Punti fermi del mio ministero presbiterale Gli orientamenti del Vaticano II

  • 30 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

I primi giorni dell’ ottobre del 1962 ero entrato nel Seminario luciese e vivida in me è rimasta nel tempo l’immagine dell’accoglienza entusiastica riservata al vescovo prelato Mons. Francesco Tortora al rientro da Roma, l’8 dicembre, dal Concilio che, così si diceva in piazza Cattedrale, doveva essere qualcosa di mai visto prima con i 2500 vescovi fatti arrivare dal “Papa buono”, Giovanni XXIII, in Vaticano da tutto il mondo.

È l’anno giubilare, il cinquantesimo, del ministero presbiterale ricevuto in dono e vissuto da me con grande disponibilità. A distanza di decenni dalla celebrazione del Concilio Vaticano II (1962-1965) sento che il suo insegnamento continua a ispirare il mio modo di essere sacerdote e parroco. Appunto il Concilio: non un evento del passato, ma come una sorgente viva che orienta la mia spiritualità, il mio servizio pastorale e il mio rapporto con il Popolo di Dio. Da esso sono stato nutrito e plasmato negli anni della mia formazione teologico-pastorale ed esso è stato ed è la stella polare del mio essere prete.

Tra i punti fermi che hanno permeato il mio ministero, il primo è la consapevolezza che la Chiesa è mistero di comunione prima ancora che organizzazione. Il Vaticano II, nella Lumen gentium, ha restituito centralità alla Chiesa come Popolo di Dio in cammino. Questo significa che il sacerdote non vive sopra il popolo, ma in mezzo ad esso, chiamato a servire, ad accompagnare e a edificare la comunione. L’autorità ministeriale trova la sua autenticità nella carità pastorale, non nel prestigio o nel potere personale o, peggio, nella sacralizzazione di un ruolo.

Un secondo punto fermo è la centralità della Parola di Dio. La costituzione Dei Verbum ha richiamato tutta la Chiesa a nutrirsi della Sacra Scrittura. Ho dedicato tempo e spazio alla “Lectio” personale e comunitaria dedicandomi agli studi delle Sante Scritture ed alla formazione biblica degli operatori pastorali. Per questo considero la predicazione non come un commento parenetico, ma come autentico ministero della Parola. Ogni omelia, almeno nelle intenzioni, come la catechesi, deve aiutare i fedeli a incontrare Cristo vivo, lasciandosi interrogare e trasformare dal Vangelo. Per quello che ho saputo e potuto mi sono ispirato alla celebre esortazione del teologo Karl Barth: "Prendete in mano la Bibbia e leggete il giornale. Ma leggete il giornale per capire dove siete e la Bibbia per sapere dove andate".

Altro pilastro del mio ministero è la liturgia, culmine e fonte della vita ecclesiale, come insegna la Sacrosanctum Concilium. La celebrazione eucaristica rappresenta il cuore della vita della parrocchia. Curare la dignità delle celebrazioni, favorire la partecipazione consapevole e attiva dei fedeli, educare al senso del sacro e del bello dalla musica al canto, come dai paramenti agli arredi, agli addobbi, senza cadere nel formalismo estetizzante: tutto questo appartiene alla responsabilità del parroco e per questo mi sono speso per la formazione di tutti i soggetti liturgici. La liturgia non è iniziativa personale del presidente dell’assemblea, ma azione di Cristo e della Chiesa.

Il Concilio mi ha insegnato inoltre a valorizzare anzitutto i laici. Essi non sono semplici collaboratori del sacerdote, ma, in forza del Battesimo e della Confermazione, partecipano alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Il consiglio pastorale, il consiglio per gli affari economici, i ministeri istituiti e di fatto, i gruppi ecclesiali e le molteplici forme di servizio testimoniano che la comunità cresce quando ogni battezzato scopre e mette a frutto i propri carismi.

É mio intimo convincimento, maturato grazie al Vaticano II, la necessità del dialogo con il mondo contemporaneo. La Chiesa è chiamata a incontrare il mondo con fiducia, discernimento e spirito missionario, vedi la strada tracciata dalla “Gaudium et spes”, ma anche dalla “Nostra Aetate”, dalla “Unitatis redintegratio“. Dialogare con uomini e donne di altre culture, confessioni cristiane, di altre religioni non significa certo rinunciare alla propria identità, ma testimoniare la verità del Vangelo con rispetto, ascolto e carità. Paolo VI amava dire: “la chiesa si fa dialogo (colloquium)” e a lui faceva eco Giovanni Paolo II con “l’uomo è la via della Chiesa”.

Nella vita quotidiana di parroco ho cercato di tradurre ciò nell’accoglienza di ogni persona, nella vicinanza alle famiglie, ai giovani, agli anziani, ai poveri, agli immigrati e anche a quanti vivono situazioni di lontananza dalla fede, con una grande apertura di mente e di cuore, affrontando con acribia le vaste problematiche etiche, scientifiche, antropologiche del mondo in questo cambiamento d’epoca.

Devo certamente al Concilio il rafforzamento in me della convinzione che la carità non sia un’attività accessoria della parrocchia, ma una dimensione costitutiva della sua missione. L’annuncio della Parola, la celebrazione dei sacramenti e il servizio ai fratelli formano un’unica realtà. Una comunità che celebra con fervore, ma non si prende cura delle fragilità tradisce infatti il Vangelo che proclama.

Il Vaticano II mi ha consegnato dunque uno stile di ministero fondato sulla speranza, pur tra qualche smarrimento o stanchezza. Viviamo tempi complessi, segnati dalla secolarizzazione, dall’indifferenza religiosa, dal post-umanesimo e dal tarlo roditore del nichilismo. Eppure il Concilio ci invita ancora a leggere i “segni dei tempi” con uno sguardo illuminato dalla fede, riconoscendo che lo Spirito Santo continua ad agire nella storia. Per questo come presbitero non posso e non devo lasciarmi vincere dal pessimismo, ma sono chiamato a essere uomo della speranza, capace di incoraggiare, di edificare e di indicare Cristo come risposta alle attese più profonde del cuore umano.

Guardando al cammino percorso, posso affermare dunque con gratitudine che il Vaticano II ha dato al mio ministero un orientamento chiaro: vivere da discepolo del Signore, essere pastore in mezzo al suo popolo (“con l’odore delle pecore” Papa Francesco), annunciare con fedeltà il Vangelo, celebrare con dignità i santi misteri, promuovere la comunione ecclesiale e servire con amore ogni persona. Questi rimangono i punti fermi del mio ministero presbiterale e costituiscono, ancora oggi, il criterio con cui desidero verificare ogni scelta pastorale, nella certezza che la fedeltà al Concilio coincide con una rinnovata fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa.

I vescovi italiani nel 2004 hanno consegnato alle nostre chiese locali un testo, a mio avviso, sintesi della pastorale auspicata dal Vaticano II e progetto sempre attuale: “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (…), questione cruciale della Chiesa in Italia oggi.

L’impegno che nasce dal comando del Signore: «Andate e rendete discepoli tutti i

popoli» (Mt 28,19), è quello di sempre. Ma in un’epoca di cambiamento come la nostra

diventa nuovo. Da esso dipendono il volto del cristianesimo nel futuro, come pure il

futuro della nostra società”.


di Mons. Santino Colosi

 
 
 

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Gestito Antonino Cicero

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