RubricaLa prima generazione incredula Tu che ne pensi?
- 26 apr
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In Italia, i ragazzi nati dopo il 1981 sono i primi, nella storia dell'Occidente cristiano, a crescere senza che il riferimento al Vangelo o alla Chiesa sia mai stato un elemento reale nella costruzione della loro identità.
Il teologo Armando Matteo chiama questo fenomeno la prima generazione incredula. Non intende una generazione atea nel senso classico del termine, quella del dubbio coltivato, della negazione ragionata. Intende qualcosa di strutturalmente diverso: una generazione che abita un mondo senza Dio non come scelta, ma come condizione di partenza.
La cinghia di trasmissione si è rotta in famiglia: una generazione di adulti ha accompagnato i figli ai sacramenti senza abitarli davvero, ha tenuto forme religiose svuotate di sostanza, ha trasmesso l'appartenenza senza la vita che dovrebbe sorreggerla. I figli hanno registrato la distanza tra ciò che veniva dichiarato e ciò che veniva vissuto, e hanno tratto le conseguenze silenziose che si traggono quando si cresce in quella distanza.
È solo questo? Oppure una parte di responsabilità ce l'ha anche la Chiesa, con un modo di proporre la fede che non parla più all'uomo di questo secolo?Matteo individua una seconda causa, che non si riduce alla responsabilità delle singole famiglie. Il contesto culturale ha modificato i codici attraverso cui oggi si costruisce un'identità. Galimberti lo dice da anni: la tecnica non ha semplicemente occupato spazi un tempo religiosi, ha cambiato il tipo di domande che ci si sente autorizzati a fare. In una cultura che valorizza l'efficienza, la misurabilità, la risposta rapida, le domande che non ammettono soluzione pratica vengono percepite come disfunzionali. La proposta cristiana non è diventata falsa agli occhi dei giovani: è diventata poco leggibile, perché parla di conversione, di limite, di perdita come possibile guadagno: categorie che l'ambiente circostante tratta come residui da superare.
Voi, lettori, diteci la vostra rispondendo magari a questi interrogativi:
smassuntabarc@virgilio.itAvete vissuto questa distanza nei vostri figli, nipoti, ragazzi della comunità? Credete che il problema stia nel linguaggio con cui la fede viene proposta, o in qualcosa che viene prima, nella qualità di ciò che gli adulti credenti vivono e rendono visibile? E credete che esista ancora un modo per raggiungere chi è cresciuto senza sapere che certe domande meritano di essere abitate?
di Francesco Lipari






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