Teismo e post-teismo
- 29 mar
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Non possiamo nascondere a noi stessi le molteplici perplessità che ci assalgono quando ci confrontiamo con i concetti di “divino” e di “divinità”. La domanda su Dio ha percorso i secoli e anche oggi l’uomo risponde per ciò che sa, sente, vive; tutti i valori sono in crisi, visti attraverso la lente di un esasperato relativismo e individualismo, e anche il cristianesimo è in crisi. Il dialogo naturale tra terra e cielo si è spento, sostituito dallo scetticismo, in nome del quale l’uomo si illude di poter bastare a sé stesso. Alcuni cristiani, di fronte alle criticità del presente, si rifugiano nella comfort zone della tradizione, vagheggiando il buon tempo passato e limitandosi a vivere una fede congelata, in cui la suggestione di credere si nutre di riti e di una consolidata mitologia, quanto basta a sentirsi in pace. Le nuove generazioni, avendo imparato a leggere la realtà secondo i paradigmi del progresso scientifico e tecnologico e non secondo l’impostazione dogmatica della religione, prendono le distanze da Dio e da tutto ciò che ha a che fare con la Chiesa.
Il rapporto dell’uomo con il divino e con il sacro è un campo di ricerca sempre aperto e connaturato all’uomo, all’indagine esistenziale che coinvolge il singolo individuo. È capitato a tutti, infatti, di chiedersi da dove derivi all’uomo l’idea del divino o da quando l’uomo abbia avuto la percezione di una entità soprannaturale, trascendente rispetto al mondo, del theós, l’essere perfetto e creatore di tutte le cose, di cui l’indagine filosofico-teologica si è occupata, sin dalle sue origini, dando vita al teismo, ovvero alla ricerca sulla necessità di Dio da parte dell’essere umano. Una teoria fondamentale in questo campo del sapere è quella dell’“età assiale” elaborata da Karl Jaspers a metà del Novecento, secondo cui tra l’800 e il 200 a.C. nelle società umane di Grecia, Cina, India, Iran e Israele si sarebbe verificata una rivoluzione spirituale, una nuova fase nello sviluppo cognitivo, grazie alla quale l’uomo comincia a interrogarsi sul senso dell’esistenza, sul bene e sul male, sviluppando il pensiero filosofico e religioso. Il teismo oggi è stato superato dal post-teismo: in tutte le religioni, gli studiosi post-teisti evidenziano un meccanismo universale, per cui “sono gli dèi creati da noi che ci dettano il messaggio che noi mettiamo loro in bocca” (Josè Maria Vigil, teologo) così che la rivelazione, alla base delle religioni monoteiste, non è altro che una proiezione umana e il theós, il risultato di un processo culturale. A prescindere dal teismo, le cui posizioni non sono del tutto verificabili o sono messe in discussione da incongruenze insite nei risultati della ricerca, a prescindere da alcune analisi post-teistiche, che indagano su un Dio che non può essere collocato in un aldilà frutto dell’invenzione umana, ma che è calato nella realtà immanente, l’unica possibile, ci si interroga sul futuro del Cristianesimo. La fine della religione dogmatica, sancita dal post-teismo, non equivale all’ateismo, ma apre nuovi scenari in cui le religioni collaborano con la scienza nella salvaguardia della terra o si aprono a un pluralismo volto a eliminare la guerra e la violenza, fomentate dalle religioni tradizionali.
Teismo e post-teismo sono frutto dell’indagine filosofica, la quale è uno strumento indispensabile all’uomo che desidera conoscere e confrontarsi con la realtà, con gli altri, con sé stesso. La fede non vacilla davanti ai risultati della ricerca, anzi trova in questa gli strumenti per riaffermarla. E se il paradigma dogmatico delle religioni tradizionali rifiutato dal post-teismo non fosse così dogmatico come si pensa?
di Tinuccia Russo







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