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Un amico in tasca E qualche domanda

  • 28 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Sono tornato di recente dal Belgio, dopo anni che non rimettevo piede all'estero. Viaggiare oggi è altra cosa rispetto a vent'anni fa: oltre alla connessione dati, questa volta avevo in tasca un amico di nome Gemini, un'app di intelligenza artificiale. Un cartello in fiammingo? Lo fotografo e lui traduce. Un avviso incomprensibile sul sito delle ferrovie belghe? Faccio uno screenshot e me lo spiega in tre righe pazienti. Ottima anche, lo dico per esperienza diretta, per chi vuole esercitarsi con le lingue straniere.

Ma cos'è, esattamente, un'intelligenza artificiale (AI)? In parole semplici: un sistema informatico addestrato su miliardi di testi, immagini e dati, capace di rispondere a domande, riconoscere contenuti e risolvere problemi con una velocità e una precisione che imitano — e in certi ambiti superano — il ragionamento umano. Quello che usiamo noi sul telefono è però solo la punta dell'iceberg, un giocattolo rispetto a quelle impiegate in contesti specialistici.

Sotto la superficie, le tecnologie vengono già impiegate da governi e apparati militari per scopi di sicurezza. E qui nasce qualche interrogativo: chi ci garantisce che questi potenti strumenti possano essere impiegati per sorvegliare popolazioni, analizzarne le opinioni politiche, mapparne gli spostamenti e individuarne le fragilità? Si lavora inoltre su sistemi d'arma autonomi capaci di colpire senza alcun intervento umano nella catena di decisione. Non è fantascienza: è cronaca degli ultimi mesi.

Eppure la stessa potenza di calcolo può diagnosticare tumori in anticipo, accelerare la scoperta di nuovi farmaci, abbattere barriere linguistiche che per secoli hanno diviso le persone. Il coltello taglia il pane e può ferire, e tutto dipende da chi lo impugna e con quale intenzione.

Ed è qui il nodo vero. Se i codici sorgente di queste tecnologie restano monopolio di poche élite economiche o politiche, il rischio per la democrazia è reale e concreto. Vale allora la pena di discutere anche una proposta impopolare: in futuro, i governi dovranno forse valutare una gestione pubblica di queste infrastrutture, come si fa con l'acqua e con l'energia.

Nella sua prima enciclica sull'attualità, Papa Leone si è espresso su questi temi con parole che vale la pena leggere. Ne parleremo prossimamente

di Francesco Lipari

 
 
 

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