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Un prete si racconta

  • 29 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

Pensavo di aver definitivamente archiviato il “genere letterario” della testimonianza vocazionale. In genere, sono seminaristi o preti “in erba” a raccontare le proprie mirabolanti imprese spirituali; esperienze che ora giungono molto ovattate alla mia callosa sensibilità. Eppure, quando padre Santino — mio docente al liceo, a cui devo le mie prime intuizioni vocazionali — mi ha rivolto l’invito di scrivere sul mio percorso di vita, ho subito risposto con un “sì” pieno di entusiasmo, quasi incosciente, che mi ha sorpreso (e, quasi, angosciato). Alla maniera del Carducci, forse, avrei dovuto rispondere: «cipressetti miei, lasciatem’ire: / or non è piú quel tempo e quell’età. / Se voi sapeste!... via, non fo per dire, / ma oggi sono una celebrità. / E so legger di greco e di latino, / e scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù: / non son più, cipressetti, un birichino, / e sassi in specie non ne tiro piú». Ma “celebrità” non sono; e sassi, ahimé, ne tiro ancora; dunque, eccomi!

Il titolo di queste righe potrebbe essere simile a quello scelto da un filologo, George Steiner, per la sua autobiografia: “Errata”. Sì, arrivati a questo punto posso osare – finalmente! – parlare della mia storia come un grumo di “cose sbagliate”, che Dio, però, ha recuperato alla causa del suo Regno.

Spero di non scandalizzare se affermo che Dio mi ha ingannato: «e io mi sono lasciato ingannare» (Ger 20,7). Con questo passo biblico, nel lontano 2005, feci il mio ingresso in seminario. La traduzione CEI recita: «mi hai sedotto, Signore, ...». Nella mia giovane mente, quella frase mi sembrava una scelta d’amore, cui aderire con ogni fibra del muscolo cardiaco. Dopo gli anni al Pontificio Istituto Biblico, usurato dallo studio della sintassi ebraica, mi resi conto che quel passo, tutt’altro che romantico, riporta, in verità, la confessione del profeta di essere stato preso in giro da Dio. Eppure, anche al vertice del disincanto critico, ripenso a quel versetto come adatto; anzi, più che mai preciso nel descrivere la mia vocazione (sì, ad amare!); certo, non più nel senso idealizzato di prima, ma per quello che sono adesso. Dio mi ha ingannato? Mi va benissimo. Io mi lascio ingannare, conquistare da lui (Fil 3,12); meglio essere ingannati da Dio che dagli uomini. La ruminatio di quel versetto, ancora oggi, continua a restituirmi pace e coraggio.

Vedo chiaramente ormai che molte “idee” degli esordi si sono relativizzate. Oggi prevale un resoconto diverso, anche se guardo agli incanti del mio passato con tenerezza e rispetto, senza rimpianti; e sgorga, mai come adesso, un profondo senso di gratitudine per tutto quello che ho vissuto, persino le prove che Dio ha permesso. Ogni pagina, anche le più dolorose, portano la sua firma. Mi ritrovo nella missione di Etty Hillesum, che, nel buio più buio della storia, osava scrivere nel suo diario queste parole eterne: «L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini». Dio non può far molto per modificare le circostanze difficili: anch’esse fanno parte di questa vita. Ho imparato ad accogliere tutto, per me, per tutti quelli che Dio mi ha affidato, a volte (ma non sempre!) con serenità.

Tra gli “errata”, voglio confessare un certo sguardo “romantico”— “ottocentesco”, “eroico”, “idealista”, “wagneriano” (come disse un mio maestro e amico) — con cui ho misurato gli accadimenti, le relazioni, le aspettative sulla chiesa e sul mondo. Nella stessa poesia del Carducci che ho citato sopra, i cipressi smascherano le dissimulazioni del Carducci (e anche quelle mie): «Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’. / Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse / che rapisce de gli uomini i sospir, / come dentro al tuo petto eterne risse / ardon che tu né sai né puoi lenir».

Forse,alcune ferite restano aperte, ma non fanno più male come prima. In realtà, è la vita stessa, con i suoi giri beffardi, che si è presa cura di me con frequenti bagni di umiltà. Ma Dio era sempre lì, pronto a risollevarmi, a volte con un fare ironico (insopportabile, sul momento!), capace di smontare ogni mia resistenza. La mia vocazione di prete, in sintesi? Vivere e far vivere!

Cresce il numero di anni del mio ministero nella chiesa, dove mi sento a casa; e cresce anche il mio affidamento al Signore. Tuttavia, mi accorgo che anche questo affidamento orante è un compito che attende una maturazione. Sì, è vero: sono costantemente esposto – che immenso privilegio! – al mistero di Dio e degli uomini; quotidianamente mi dedico assiduamente – e, mentre lo dico, trasalisco di stupore – al servizio della Parola. Eppure, mi sembra questa bellezza meriterebbe di essere rafforzata e raccontata meglio... magari domani?

Sia fatta la volontà di Dio! In questa storia, c’è di più di quanto ancora io possa rendermene conto. E è sempre più evidente che non dipende più da me: «e prego; prego non so ben dire / che e per cosa; ma prego: / prego (e in ciò consiste / – unica! – la mia conquista) / non, come accomoda dire / al mondo, perché Dio esiste: / ma, come uso soffrire / io, perché Dio esista». Questa poesia di Caproni, poeta del disincanto, ha inaspettatamente confermato la mia fede. Di primo acchito, potrebbe aprirsi a significati irreligiosi. Io, però, da inguaribile “sedotto”, la capisco in una sola maniera possibile: sono prete, non come piace pensare al mondo, non tanto (non solo) perché Dio esiste; ma anche (e soprattutto) come uso soffrire io, insieme alla chiesa (un “resto d’Israele”?): perché Dio esista. «Questo faccio per voi, / per me, per tutti noi. / D’altro non mi chiedete. / Sono un semplice prete». Adesso anche “naufrago”, per grazia, a Capo Milazzo.


di Carmelo Russo


 
 
 

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